Elezioni 2022

 Q&A Green Deal

Cos‘è il “Green Deal” europeo 

È il quadro strategico di riferimento di politiche e obiettivi della Commissione UE per affrontare il cambiamento climatico e, in senso più ampio, l’inquinamento che il nostro modello economico e di sviluppo comportano. Questo quadro è “una nuova strategia di crescita mirata a trasformare l’UE in una società giusta e prospera, dotata di un’economia moderna, efficiente sotto il profilo delle risorse e competitiva che nel 2050 non genererà emissioni nette di gas a effetto serra e in cui la crescita economica sarà dissociata dall’uso delle risorse.” 

Per concretizzare tali obiettivi, sono state intraprese numerose iniziative legislative. In particolare, come punto di partenza in tema di decarbonizzazione dell’economia, l’Unione e i suoi Stati Membri hanno adottato in giugno 2021 il Regolamento (UE) 2021/1119, anche noto come ‘Legge Clima’. Tra le altre cose, imprime forza di legge all’obiettivo di raggiungere la neutralità climatica a livello di Unione entro il 2050 e ribadisce l’obiettivo intermedio al 2030 di riduzione delle emissioni nette in tutti i settori dell’economia e a livello dell’Unione di almeno il 55% rispetto ai livelli del 1990, come adottato dai capi di Stato e di Governo dell’Unione a dicembre 2020 e in linea con l’Accordo di Parigi del 2015

 

Cos’è il pacchetto “Fit for 55”? 

Su mandato del Consiglio UE di dicembre 2020, la Commissione ha predisposto un quadro normativo con orizzonte al 2030 per rendere vincolanti gli obiettivi di riduzione delle emissioni e trasformarli in azioni concrete sul campo, al fine di mettere l’Europa e i suoi Stati Membri sul giusto percorso per raggiungere la neutralità climatica al 2050, come stabilito dalla Legge clima e contenuto nella Strategia di Lungo termine dell’Unione. L’insieme delle disposizioni normative, attualmente in corso di negoziazione, vanno dalla revisione degli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra all’incremento degli obiettivi su energie rinnovabili ed efficienza energetica , fino alla revisione della tassazione dell’energia e alla definizione di nuovi standard di emissione per le nuove autovetture. Data la trasversalità del tema “clima”, l’insieme dei provvedimenti crea un quadro legislativo complesso e interconnesso con obiettivi sinergici alla transizione ecologica. La dimensione sociale assume un connotato distintivo rispetto al passato, con la definizione di un Fondo Sociale per il clima, specificatamente rivolto ad alleviare le conseguenze in termini di costo per le famiglie, soprattutto in relazione ai settori dei trasporti su strada e degli edifici, settori che saranno chiamati a dare un maggiore contributo alla decarbonizzazione rispetto al passato. Come detto, tutte le norme che compongono il pacchetto sono in fase di negoziato tra Commissione, Consiglio UE e Parlamento. In particolare, il Parlamento e il Consiglio hanno assunto ciascuno la propria posizione e sta iniziando la fase vera e propria di negoziato tra le parti (cd. “Triloghi” tra Parlamento, Consiglio e Commissione) per arrivare all’adozione dei testi conclusivi e avviare i recepimenti nazionali, ove necessari.  

 

Il Green Deal rappresenta una minaccia per l’industria e determinerà la perdita netta di posti di lavoro nei settori chiave per l’Italia, tra cui quello automobilistico? 

No. Al contrario, intende proprio favorire una transizione ordinata e guidarla per far sì che l’Europa diventi il continente pioniere nell’adozione di soluzioni trasformative, senza che nessuno venga lasciato indietro. La transizione ecologica inevitabilmente determinerà una diversa distribuzione delle risorse e anche del mercato del lavoro che dovrà spostarsi verso produzioni compatibili con la decarbonizzazione. Tale processo andrà guidato e accompagnato, ma la bilancia appare a favore di una economia ‘decarbonizzata’, anche per l’Italia. . La decarbonizzazione rappresenta infatti una grande opportunità di prosperità economica. Secondo il Piano Energia e Clima dell’Italia (PNIEC), benché disegnato sul precedente obiettivo al 2030 di una riduzione delle emissioni del -40% e non aggiornato al -55% netto, gli effetti sull’occupazione risultano nell’aumento di oltre 120 mila posti di lavoro medio annuo, raggiungendo oltre 1 milione di occupati al 2030. Investimenti addizionali per raggiungere il nuovo obiettivo europeo porterebbero in Italia a una crescita annua del PIL dello 0,6% e un aumento dell’occupazione fino al 3% annuo nel settore edilizio, dei trasporti e dell’energia rinnovabile.  

Inevitabilmente, la trasformazione comporterà anche degli impatti negativi in alcuni settori ad alte emissioni. Il PNIEC calcola una perdita di 60 mila unità di lavoro attivo nell’economia fossile che però può essere ammortizzata tramite interventi di riqualificazione del lavoro e sostegno sociale. 

Secondo il rapporto “GreenItaly 2021″ di Unioncamere e Fondazione Symbola, ad oggi sono oltre 3 milioni i “green jobs” in Italia, con oltre 440mila imprese che hanno investito nella sostenibilità, con indici di produttività, occupazione, fatturato ed export significativamente più alti della media.  

Per citare un esempio, il settore automobilistico, di importanza strategica per l’Italia e uno dei più coinvolti nel percorso di decarbonizzazione, ha opportunità davanti a sé.  Secondo Bloomberg, il picco di vendite di auto con motori a combustione interna è già stato superato e si prevede una quota di mercato globale per le auto elettrificate superiore al 50% già entro il 2030, con il predominio di tecnologie elettriche pure a batteria (BEV). I principali mercati sono confermati essere quello cinese (3,4 milioni di nuove immatricolazioni) e quello europeo (2,3 milioni), dove nel 2021 le vendite di veicoli elettrici puri e ibridi plug-in del 2021 hanno superato il 17% del totale, seguiti a distanza da quello statunitense. Con 1,5 miliardi di vetture circolanti nel mondo e la previsione di un 60% di sostituzione della flotta con tecnologie elettriche già entro il 2040, gli spazi di mercato sono immensi, ma dato il carattere dirompente del cambiamento in corso è necessario muoversi in anticipo. Secondo Tavares, l’amministratore delegato del gruppo Stellantis: “Tutte le trasformazioni, soprattutto in Europa, sollevano preoccupazioni, timori. Ma l’elettrificazione rappresenta una grande opportunità, non soltanto un rischio.” Il conto dei posti di lavoro non va fatto infatti solo sulle perdite che la decarbonizzazione determina e le nuove opportunità che offre, ma anche su quelli che sarebbero gli impatti di una politica che ritardi il processo di innovazione escludendo l’Italia da un ruolo di leadership e accesso ai nuovi mercati. Ovvero se l’obiettivo è conservare gli attuali posti di lavoro nei processi tradizionali, per quanto questo sarà possibile e quali saranno i costi sociali per entrare in ritardo tra le economie che hanno maggiormente investito nella decarbonizzazione?

 

Il Green Deal impone un ritmo di transizione troppo rapido che crea dei danni all’economia? 

No. Ritardare la transizione non significa ridurre i costi o preservare i posti di lavoro, anzi. L’urgenza dell’azione climatica è dettata dal fatto che se non viene affrontato ora, il cambiamento climatico produrrà danni sempre crescenti alle economie mondiali, come anche evidenziato nel rapporto speciale IPCC del 2018. L’Agenzia europea dell’ambiente (EEA) calcola che dal 1980 l’Europa ha già subito perdite economiche da eventi climatici e meteorologici per circa 500 miliardi di euro, con l’Italia secondo paese più colpito dopo la Germania, e in cui solo il 5,5% delle perdite era coperto da assicurazione. Con gli eventi climatici che negli ultimi anni stanno diventando sempre più estremi, più si ritarda la transizione e gli obiettivi del Green Deal, più danni subirà la nostra economia e più posti di lavoro, anche in settori non legati ai combustibili  fossili, saranno in pericolo.  

Il Green Deal bilancia la necessità di un’azione urgente con le tempistiche necessarie per una trasformazione complessa e con i suoi impatti economici e sociali: le misure contenute nel Fit for 55 prevedono una gradualità di intervento. Per esempio, lo stop all’immatricolazione delle auto a combustione interna è previsto per il 2035, cioè tra tredici anni, un periodo che tutte le industrie del settore automotive europee hanno ritenuto idoneo per adattare le proprie catene produttive e gestire l’impatto sull’occupazione. Molte di queste hanno addirittura piani strategici in anticipo rispetto a questa data, del resto la competizione all’elettrico sul mercato automotive globale è iniziata già da qualche anno. Il piano Dare Forward di Stellantis, ad esempio, prevede il 100% delle vendite di auto elettriche per tutti i modelli e i brand del Gruppo già a partire dal 2030.  

 

Possiamo davvero permetterci la transizione con le famiglie e le aziende messe già in crisi dal caro gas e benzina? 

Sì. La transizione offre la via d’uscita strutturale e definitiva dalla crisi energetica e climatica, inclusa una riduzione all’esposizione alla volatilità dei prezzi che nell’ultimo anno ha significato prezzi molto alti di gas e benzina. Ciò attraverso lo sganciamento dalla dipendenza da combustibili fossili e la riduzione della domanda tramite risparmi, efficienza energetica e rinnovabili.  

Anche guardando a questo inverno, le nostre stime mostrano il ruolo essenziale dei risparmi nel mettere in sicurezza il nostro sistema e ridurre le bollette. Ma questo non basta. Come si esce da una crisi è altrettanto importante di come la si affronta. I sostegni, per essere efficaci e sostenibili dovranno convergere su un’azione selettiva e, per evitare di generare debito cattivo, andranno affiancati a misure che permettano di indirizzare gli sforzi di questo inverno verso gli obiettivi di diversificazione dal gas: efficienza energetica e rinnovabili.  

In un arco temporale di 12 mesi, un’azione collettiva e determinata del Governo su rinnovabili e efficienza potrebbe consentire la sostituzione di 14,7 miliardi di metri cubi, equivalente a metà delle importazioni russe e senza ricorso a carbone, con un risparmio nella bolletta energetica di circa 15 miliardi di euro ad un prezzo di 100 €/MWh, che sale a 31 miliardi di euro con un prezzo di 200 €/MWh. 

Analizzando un arco temporale più lungo, al 2025, il contributo della sola efficienza energetica (di 6,9 miliardi di metri cubi) corrispondente al 60% del risparmio energetico previsto dal PNIEC al 2030. A questo si deve aggiungere il contributo delle energie rinnovabili. La costruzione di 75 GW di nuova generazione elettrica rinnovabile entro il 2030, coerente con il Piano per la Transizione Ecologica (PTE), significa più che raddoppiare la potenza rinnovabile installata nei prossimi nove anni e porterebbe ad un risparmio potenziale di quasi 19 miliardi di metri cubi di gas all’anno a fronte di una domanda annuale intorno ai 76 miliardi di metri cubi. Secondo l’associazione di settore Elettricità Futura, la principale associazione delle imprese che operano nel settore elettrico italiano, entro il 2030 si potrebbero installare 85 GW di nuova potenza rinnovabile, di cui 29 GW entro il 2025. 

Oltre a risparmiare sul gas non consumato, un abbassamento significativo della domanda a livello europeo farebbe scendere i prezzi, e renderebbe più difficile per la Russia manipolare in maniera efficace il mercato del gas. Tutto questo si tradurrebbe in prezzi dell’energia più bassi per consumatori e aziende. 


Il Green Deal e la transizione sono un regalo alla Cina?
 

No, ma dobbiamo organizzarci. Se è vero che la Cina ha attualmente una posizione dominante nella produzione di batterie elettriche e pannelli solari, oltre che nella trasformazione delle materie prime necessarie alla loro realizzazione, questo non significa che l’Europa non possa riequilibrare la situazione con investimenti produttivi che sono rimasti in secondo piano nell’ultimo decennio. La strada per la decarbonizzazione è solo all’inizio. Sentirsi in ritardo ora è la prova del fatto che ad essere vincente è chi ha scommesso su ricerca e nuove tecnologie per il clima. L’Action Plan Ue per i Materiali Critici va esattamente in questa direzione, prevedendo investimenti industriali e partenariati internazionali. Un ruolo centrale del Piano è quello dell’Alleanza Europea per i Materiali Critici, che vede la partecipazione di centinaia di imprese del settore tech europeo, della Commissione stessa, della Banca europea per gli investimenti, nonché università, centri di studio e ricerca, Stati membri. Per l’Italia, oltre alle principali Università e imprese attive in questi settori, c’è anche il Ministero dello sviluppo economico, che nel 2021 ha attivato un tavolo tecnico , dal cui lavoro dipenderà il ruolo che il Paese vorrà giocare nella transizione. Il mercato delle auto elettriche e pannelli solari è ancora in fase di grande espansione, e rimangono ampie opportunità per l’Europa di recuperare lo svantaggio. Secondo l’International Energy Agency (IEA) l’industria del solare, ad esempio, ha spazi di crescita ancora molto ampi: può attirare 120 miliardi di dollari entro il 2030 e creare 1.300 nuovi occupati per gigawatt di capacità di produzione installato. 

Nel settore dell’automobile l’Europa si sta già muovendo per recuperare terreno. Stellantis sta investendo su tre gigafactory per la produzione di batterie, in Francia, Germania e Italia, a Termoli, che contribuiranno a ridurre la dipendenza dall’Asia. 

Inoltre, non tutte le tecnologie verdi sono dominate dalla Cina. Nell’eolico, vediamo che l’azienda dominante sul mercato mondiale nel 2021 era la Danese Vestas, con la cinese Goldwind al secondo posto e un’altra europea, la Spagnola Siemens Gamesa, al terzo posto. 


È vero che l
e politiche europee e il Green Deal sono inefficaci nella riduzione delle emissioni? 

No, anzi. I pacchetti europei 2020 prima, e quelli 2030 poi, sono stati il traino principale. Senza considerare il dato 2020, evidentemente perturbato dagli effetti sull’economia e, quindi, sulle emissioni della pandemia, le emissioni dell’Unione Europea sono calate del 25%  dal 1990 al 2020, con un percorso di discesa evidente che dovrebbe continuare sulla base delle politiche attualmente adottate. Inoltre, dal 1990 il PIL dell’Unione è cresciuto più del 50% mentre l’intensità emissiva, ovvero il rapporto tra le emissioni e il PIL è sceso a 271gCO2eq/EUR2015 nel 2020, ovvero meno della metà del livello del 1990. Questo dimostra che la decarbonizzazione e la crescita economica non sono in contraddizione, anzi, coerenti con la filosofia del Green Deal.  

EEA – Greenhouse gas emissions intensity per GDP for EU-15 and EU-27 and their Member States 

Anche per l’Italia si conferma questa tendenza, come confermato sulla base dei rapporti più recenti messi a disposizione dall’ISPRA : in particolare, dopo il periodo 2003-2005 si registra una continua diminuzione dell’intensità energetica primaria e finale per unità di ricchezza prodotta e dell’intensità di carbonio per unità di energia primaria e finale consumata. 

 

Variazione rispetto al 1995 del consumo di energia finale per unità di PIL e delle emissioni di gas serra da processi energetici per unità di consumo energetico finale (ISPRA, 2022). 

Pertanto, la transizione è già in atto e la crescita economica è proseguita, tuttavia le opzioni di riduzione delle emissioni sono sempre più complesse, sia in relazione ai settori da decarbonizzare che in relazione ai costi della transizione, sia economici che sociali: guidare il percorso è l’unico modo per accompagnare le modifiche strutturali della nostra economia. Come si prefigge il Green Deal. 

Le emissioni dell’Europa sono solo una frazione delle emissioni globali – ha senso fare sforzi per decarbonizzare per primi, se altri Paesi in via di sviluppo, come la Cina o l’India, non fanno nulla? 

Assolutamente sì, per garantire competitività e innovazione, e quindi produzione locale e posti di lavoro; ridurre i costi – economici e geopolitici – della dipendenza dai combustibili fossili; e dimostrare a livello globale che la transizione è possibile. Questo ruolo di apripista a livello globale influisce sul livello di ambizione degli altri paesi e genera fiducia internazionale. Inoltre, detta l’agenda dell’innovazione e definisce la domanda dei mercati globali. 

Ciò detto, la transizione a casa nostra è condizione necessaria ma non sufficiente per mantenere la sicurezza climatica globale entro il limite di 1,5 gradi e proteggere quindi la nostra sicurezza e prosperità. Queste, infatti, dipendono oggi direttamente dall’abilità delle grandi economie emettitrici, come Cina e India, di decarbonizzare. Per questo, il supporto alla transizione e la cooperazione internazionale sono leve essenziali per proteggere i nostri interessi nazionali. Senza una forte diplomazia e politica estera climatica, volta a trovare soluzioni comuni, e fare pressione affinché ciò avvenga nei tempi indicati dalla scienza, i nostri sforzi domestici di riduzione delle emissioni sarebbero insufficienti. Le emissioni di gas serra dell’Unione Europea nel 2019 costituivano il 6,3% delle emissioni mondiali. I tre Paesi con emissioni maggiori dell’Unione Europea erano la Cina (24,2%), gli Stati Uniti (11,6%) e l’India (6,8%).  

Come parte degli impegni dell’Accordo di Parigi, Cina e India stanno facendo la loro parte con i contributi nazionali ma questi non sono ancora abbastanza ambiziosi. Nuovi contributi nazionali da presentare a frequenza regolare devono costituire un avanzamento rispetto a quelli precedenti, intraprendendo, così, un percorso di ambizione crescente che dovrebbe condurre tutte i Paesi firmatari al raggiungimento dell’obiettivo collettivo di contenimento della temperatura, idealmente quello più sicuro di 1,5 gradi. L’Accordo di Parigi rappresenta un cambio di paradigma nell’approccio alla lotta ai cambiamenti climatici, prevedendo azioni nazionali da parte di tutti i sottoscrittori dell’accordo.  

 

Photo by Guillaume Périgois on Unsplash

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