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I vantaggi dei sussidi al gas? Fuggono nello spazio e nel tempo

Michele Governatori, riflette sui trend dei prezzi del mercato del gas in Europa e sull’esportazione di gas, mai stata così elevata come nei mesi a partire dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.  

 

Il meccanismo spagnolo del “tope” sul prezzo del gas termoelettrico, in funzione ormai dall’estate, prevede che ai produttori termoelettrici venga restituita una parte del costo del gas dallo Stato. Dal canto loro, i produttori, non sostenendo tale parte del costo marginale di produzione, non la riversano nella borsa elettrica, la quale a sua volta non la considera nella formazione del prezzo di equilibrio. Prezzo che quindi si abbassa rispetto a quello che si formerebbe considerando l’intero prezzo di mercato del gas e, di conseguenza, calano le rendite inframarginali (la differenza tra prezzo di vendita dell’energia e suo costo marginale di produzione) percepite dai produttori elettrici non legati al gas. 

La socializzazione del costo attuata in Spagna con denaro pubblico innesca anche una redistribuzione privata, in forma di estrazione delle rendite inframarginali. 

Tutto bene quindi? No, perché un simile meccanismo applicato solo a un pezzo del mercato europeo produce distorsioni indesiderabili. Nello specifico, l’energia elettrica spagnola diventa artificialmente competitiva rispetto a quella francese, e quindi la Spagna inizia a esportare al massimo delle sue capacità, parzialmente a spese dei contribuenti spagnoli. 

Nel caso della Spagna, la scarsa interconnessione con il resto d’Europa rende questo problema limitato e proprio per questo l’UE ha dato comunque il via libera al “tope”. 

In un sistema elettrico maggiormente interconnesso, si arriverebbe invece all’apparente paradosso che il prezzo di mercato interno scenderebbe pochissimo e gran parte del vantaggio si trasferirebbe all’estero. 

Nel sistema italiano di recupero delle rendite inframarginali, questo problema non sussiste, perché tale recupero è operato fiscalmente sui produttori e non altera il prezzo di mercato all’ingrosso dell’elettricità. Questa tassazione (impropriamente definita “sugli extraprofitti”) serve a finanziare (in modo molto parziale) gli sconti generalizzati sulle bollette di famiglie e imprese. 

Una distorsione si sta però verificando anche in Italia. In forma, di nuovo, di export, in questo caso di gas. Export che non è mai stato così elevato come nei mesi a partire dalla crisi Russo-Ucraina e in particolare nelle ultime settimane. 

Perché l’Italia esporta gas in Europa? Perché è più interconnessa di altri paesi via gasdotti con fonti non legate alla Russia, il che spesso porta il prezzo italiano del gas ad essere più economico di quello del mercato nordeuropeo. 

Dov’è la distorsione? 

Lo Stato italiano ha sussidiato l’acquisto di gas da immettere in stoccaggio, avvenuto in momenti di prezzi altissimi ai quali nessun operatore di mercato avrebbe messo fieno in cascina. 

Se è vero che non è svuotando gli stoccaggi che stiamo esportando ora, bensì semplicemente sfruttando maggiore capacità di import rispetto alla richiesta nazionale, è anche vero che questo surplus sarebbe più basso se gli stoccaggi non fossero già pieni. In altri termini, quindi, l’export di oggi è anche una conseguenza dell’acquisto socializzato di gas durante l’estate. 

Una questione che rischia di accentuarsi nell’inverno 2023-24, quando avremo almeno uno dei nuovi rigassificatori finanziati con garanzia dello Stato e saremo “hub del gas” ancora più di oggi. Continueremo quindi ad esportare verso il nord Europa e lo faremo anche grazie a infrastrutture pagate con le tasse. 

Dunque il meccanismo è: 1) soldi pubblici per esportare; 2) vantaggi privati per le imprese che esportano o che vendono in Italia a prezzo più alto a causa dell’export; 3) costo privato dei consumatori italiani più alto per lo stesso motivo. 

Chi ci perde coi rigassificatori, e parecchio, è il contribuente-consumatore italiano. 

Infatti, per l’Italia fare infrastrutture o “sicurezza” gas a proprie spese porterà verosimilmente a queste conseguenze: 

  • Nel breve periodo (in particolare nell’inverno 2023-24) i vantaggi se ne andranno via gasdotto, in Europa, ma l’effetto complessivo danneggerà i consumatori italiani; 
  • Entro pochi anni l’infrastruttura non servirà più a causa del calo dei consumi gas. Un calo già scritto negli impegni di transizione di Italia ed Europa e che si sta già realizzando con un clamoroso -60 miliardi di m3 previsti dalla IEA nel 2022 per i soli paesi UE dell’OCSE. 

L’implicazione in termini di buone politiche è che sia gli investimenti in infrastrutture per la sicurezza energetica sia i meccanismi di controllo eccezionale del prezzo dovrebbero applicarsi a livello europeo e essere coerenti con le politiche di transizione e gli obiettivi climatici europei.

Photo by Magda Ehlers

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