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Tutti pazzi per il gas africano: uno sguardo al Mozambico

La crisi energetica ha acceso i riflettori sull’Africa. Molti paesi europei – l’Italia in prima fila – stanno firmando accordi per nuove forniture di gas. Eni, attraverso un nuovo impianto di gas naturale liquefatto galleggiante (Coral Sul), al largo del Mozambico, prevede un primo carico già nella seconda metà del 2022.  

Tuttavia, lo sviluppo del gas in Mozambico – cosi come in molte realtà del continente africano – non ha portato i benefici economici attesi, generando spesso conflitti, corruzione e distorsioni economiche. Inoltre, la corsa europea a nuovi fornitori e la pianificazione di nuovi grandi progetti infrastrutturali in Africa rischierebbe di compromettere la traiettoria verso la neutralità climatica.
   

LA CRONACA

È di questi giorni la notizia che Eni, assieme ad altri partner internazionali, ha avviato l’introduzione di gas naturale, estratto dal giacimento di Coral Sul, nel nuovo impianto di gas naturale liquefatto galleggiante (Floating Liquefied Natural Gas, FLNG), al largo del Mozambico. Secondo una nota resa pubblica da Eni, con l’immissione di gas nell’impianto, il Coral Sul FLNG produrrà il primo carico di gas naturale liquefatto (GNL) già nella seconda metà del 2022.

Come si legge nella nota stampa, il Coral Sul FLNG ha una capacità di liquefazione di 3,4 milioni di tonnellate (mtpa) all’anno e metterà in produzione 450 miliardi di metri cubi di gas dal giacimento Coral, situato nel bacino del Rovuma, a nord del Mozambico. Il Coral Sul FLNG è il primo impianto galleggiante di GNL mai installato nel continente africano e la terza piattaforma del suo genere al mondo. A differenza degli impianti sulla terraferma, questo metodo consente di accedere a giacimenti remoti e di velocizzare l’arrivo sul mercato internazionale del gas in forma liquefatta per mezzo di navi metaniere.  

Sebbene il progetto sia stato avviato già nel 2017, la notizia arriva in un momento particolarmente critico in Europa, segnato da allerte di emergenza gas lanciate in seguito al taglio del 50% dei flussi dalla compagnia russa Gazprom. Nel frattempo, in Italia, il Ministro per la Transizione Ecologica Roberto Cingolani ha convocato il “Comitato tecnico di emergenza e monitoraggio del sistema gas naturale” per affrontare il tema, assicurando che la situazione è ancora sotto controllo. È comprensibile, dunque, che notizie di nuova produzione di gas in Africa vengano accolte con un certo sollievo. 

 

CRISI ENERGETICA: IL RUOLO DELL’AFRICA

La crisi energetica degli ultimi mesi ha  acceso i riflettori sull’Africa. L’abbondanza di riserve di idrocarburi e la prossimità geografica all’Europa renderebbero il continente africano una buona fonte alternativa di approvvigionamenti, solleticando l’interesse dell’Unione europea e di diversi paesi membri. In particolare, la strategia di diversificazione dal gas russo, intrapresa dal governo italiano, ha visto la firma di numerosi accordi per la fornitura di approvvigionamenti di gas con diversi paesi africani. Primo tra tutti l’Algeria, che attualmente è il maggiore fornitore di gas all’Italia. Altri accordi recenti sono stati raggiunti con Egitto, Angola, Congo e Mozambico. Questi vanno a sommarsi o completare quelli già in essere o previsti da ENI in Africa, che si consolida come attore principale del settore Oil & Gas nel continente africano, con una presenza in 14 paesi. 

IL MOZAMBICO

Il Mozambico è un paese ricco di gas naturale. Le esplorazioni avviate da compagnie locali e internazionali hanno portato alla scoperta di grandi giacimenti nel nord del paese a partire dal 2010, suscitando entusiasmo tra le grandi multinazionali del gas, donatori e istituzioni finanziarie internazionali, che hanno incoraggiato i progetti di sviluppo del gas, e le istituzioni locali mozambicane, che hanno visto nel gas una grande promessa di crescita e prosperità.  

Il bacino del Rovuma, nella regione di Capo Delgado, comprende diversi giacimenti, divisi in zone o aree. L’Area 4, che comprende i giacimenti di Coral, Mamba Complex e Agulha, è operata dalla joint venture Mozambico Rovuma Venture SpA, costituita da Eni, ExxonMobil e China CNPC. La joint venture detiene una quota del 70% del contratto di concessione di esplorazione e produzione nell’Area 4 firmato con il governo del Mozambico. Altri partner, tra cui la compagnia statale mozambicana Empresa Nacional de Hidrocarbonetos de Mozambique EP detengono quote del 10% ciascuno. Secondo quanto riporta Eni, una volta in funzione, Coral Sul dovrà fornire l’intera produzione di 3,4 mtpa di GNL alla British Petroleum (BP), con cui Eni e i suoi partner hanno siglato nel 2016 un contratto esclusivo della durata 20 anni (estendibile per altri 10). Secondo quanto riportato da Eni, il progetto Coral Sul è stato sviluppato e sarà portato avanti nel rispetto degli standard ambientali e nello spirito di promozione dello sviluppo delle comunità locali, incluse attività di formazione del personale. 

Le vicende legate allo sviluppo del gas in Mozambico, tuttavia, raccontano una storia problematica, in cui si intrecciano false speranze, generate da proiezioni di profitto rivelatesi errate. Un grave caso di corruzione  ha portato alla revoca degli aiuti finanziari da parte dei donatori, scatenando un’impennata del debito pubblico e facendo sprofondare il paese nella crisi economica. A questo si aggiunge l’esplosione di violenti conflitti che hanno generato una grave crisi umanitaria. Sebbene questi fenomeni non siano stati direttamente causati dallo sviluppo del gas, ne sono inestricabilmente connessi.  
 

Il report “Il fallimento del gas per lo sviluppo. Il caso di studio del Mozambico a firma di Jonathan Gaventa, membro del Comitato Scientifico di ECCO, mostra in che modo lo sviluppo del gas nel paese sia passato da grande promessa di prosperità ad fonte di grave instabilità. Secondo l’autore, il caso del Mozambico esemplifica un fenomeno comune tra i paesi ricchi di risorse fossili, noto come “resource curse”, per cui spesso l’aumento dell’indebitamento, della corruzione e dell’instabilità sono la conseguenza di grandi scoperte di petrolio e gas, persino prima dell’avvio della produzione. A partire dalle prime scoperte, il gas naturale è diventato centrale nella strategia di sviluppo del paese. Si sperava che i ricavi dal gas avrebbero promosso la crescita, stimolando l’industrializzazione, rendendo possibili gli investimenti pubblici e il rimborso del debito. Ad oggi, i benefici economici promessi non si sono concretizzati a causa dei conflitti, della corruzione e della distorsione economica. Il Mozambico rimane uno dei paesi più poveri al mondo, con un PIL di 14 miliardi di dollari nel 2020, in cui l’accesso all’energia è al 31%, lasciando circa il 70% della popolazione senza elettricità. La nuova produzione di gas, a partire dal Coral Sul, è destinata ai mercati internazionali e non verrà utilizzata per incrementare l’accesso all’energia dei mozambicani.  

Questo quadro è comune tra i paesi produttori di idrocarburi in Africa. Secondo un’analisi di Climate Action Tracker, i paesi esportatori di combustibili fossili africani registrano una crescita economica più lenta rispetto ad altri paesi del continente. Oltre a chiamare in causa i meccanismi della resource curse, il report sottolinea anche come l’industria fossile non generi benefici in termini di occupazione. Le operazioni upstream richiedono generalmente una bassa intensità di manodopera, anche grazie agli elevati standard tecnologici raggiunti. L’occupazione generata dalla costruzione di impianti e infrastrutture è di carattere temporaneo e soggetta ad elevati rischi di sicurezza sul lavoro. Inoltre, nei paesi in cui la produzione è gestita da multinazionali, normalmente i profili più specializzati vengono riservati al proprio personale.   

 

INVESTIRE IN FONTI FOSSILI: RISCHI ECONOMICI E CLIMATICI 

Secondo dati riportati da Climate Action Tracker, nel 2019 il continente africano deteneva il 9% delle riserve globali e ha prodotto circa il 6% del gas naturale globale, con Algeria, Egitto e Nigeria che da soli coprivano circa l’85% della produzione, seguiti da Libia e Mozambico. Il recente aumento dei prezzi del gas ha spinto altri paesi che posseggono riserve, come Tanzania, Uganda, Senegal, a prendere in considerazione l’ipotesi di sfruttamento delle proprie risorse per esportare nei mercati internazionali. Inoltre, nuovi progetti infrastrutturali, tra cui diversi gasdotti transfrontalieri, sono in fase di progettazione. Quasi il 40% del gas prodotto in Africa viene esportato in Europa, Cina o India. Nonostante il picco di richieste odierne dovuto alla crisi, negli ultimi decenni, la quantità di esportazioni è calata costantemente. Ci si aspetta, inoltre, che quando gli impegni internazionali di riduzione delle emissioni verranno pienamente implementati, la domanda globale di combustibili fossili scenderà ulteriormente.   

Secondo il Rapporto speciale dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), se il pianeta vuole raggiungere l’obiettivo di neutralità climatica entro il 2050 per avere la possibilità di limitare il riscaldamento a 1,5 °C, tutti i futuri progetti sui combustibili fossili devono essere accantonati. L’attuale infrastruttura del gas naturale fornisce già i volumi richiesti a livello globale e quindi, in uno scenario simile a quello ipotizzato dalla IEA, nuovi progetti infrastrutturali rischiano di diventare obsoleti, già nel breve periodo (stranded asset). Sempre la IEA, nel rapporto Africa Energy Outlook 2022, pubblicato qualche giorno fa, segnala i rischi per i paesi produttori nello scenario di riduzione delle emissioni,  evidenziando  che i ricavi da petrolio e gas in Africa tra il 2021 e il 2030 saranno  inferiori di oltre il 40% rispetto agli anni 2010, con gravi ripercussioni su spesa pubblica, debito e stabilità economica e politica.  

L’attuale crisi energetica, se da un lato sottolinea quanto il mondo sia ancora estremamente dipendente dalle fonti fossili, dall’altro, offre un’opportunità unica per accelerare quel processo di transizione globale che permetterà una emancipazione completa dal gas naturale e non soltanto dal gas russo. In questo senso si colloca la risposta europea alla crisi. Con REPowerEU, infatti, la Commissione europea ha identificato nella generazione elettrica rinnovabile e nell’efficienza energetica gli strumenti principali per emanciparsi dal gas. Si prevede dunque che entro il 2030 l’Unione europea ridurrà la domanda di gas del 40% rispetto al 2021. Se a livello interno l’Unione europea punta ad accelerare la spinta alla decarbonizzazione, la Strategia Internazionale Energetica dell’Unione Europea sembra invece avallare la necessità di diversificare gli approvvigionamenti di gas ricorrendo a nuovi fornitori, con un focus sul continente africano.   

La corsa a fornitori alternativi e la pianificazione di nuovi grandi progetti infrastrutturali in Africa espone  una grave contraddizione, che rischierebbe di compromettere la traiettoria verso il la neutralità climatica, generando distorsioni economiche e nuova instabilità. Se da un lato i benefici dell’industria internazionale del gas sono palesi, non è altrettanto chiaro il vantaggio che la popolazione africana, già gravemente colpita dall’aumento del costo del cibo e dell’energia, otterrebbe dallo sviluppo delle sue risorse. Come emerge dal caso del Mozambico, le promesse di crescita legate al gas spesso rimangono inattese.   

Accogliendo il monito lanciato da diversi esperti e attivisti africani, dovremmo riconoscere ai paesi africani il diritto ad uno sviluppo pulito, sostenibile, slegato dai combustibili fossili, e in grado di incontrare i bisogni attuali e futuri di un continente in rapida crescita. Questo richiede risorse finanziarie significative e l’impegno delle economie più avanzate. La COP27, che si terrà a novembre in Africa, a Sharm el-Sheikh, rappresenta un’importante opportunità per affrontare questi e altri temi fondamentali per l’Africa. 

 

Foto di Smallman da Pixabay

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