Notizie

Quali priorità per la nuova Commissione europea nel Mediterraneo?

articolo pubblicato in collaborazione con EuroMeSCo

Le dinamiche dei Paesi che si affacciano sul bacino del Mediterraneo sono strettamente correlate. Ciò emerge in particolar modo rispetto al processo di transizione energetica, per cui la decarbonizzazione dell’Europa è strettamente legata alla decarbonizzazione del più ampio spazio mediterraneo. Questo è un aspetto che l’Unione europea non può ignorare, e che deve invece rappresentare un punto di partenza su cui far leva nel ripensare le relazioni con quest’area strategica e prioritaria per l’Europa.  

Leggi il policy brief “Towards a shared, clean energy space in the Euro-Med: Outlining priorities for the next European Commission”, pubblicato da EuroMeSCo 

La nomina di una nuova Commissione europea di quest’anno rappresenta una finestra di opportunità politica per rivedere l’approccio dell’UE verso il cosiddetto Vicinato meridionale, compiendo progressi concreti verso la creazione di uno spazio energetico euromediterraneo integrato e guidato dalle esigenze della transizione energetica. La nuova Commissione europea dovrebbe perseguire obiettivi di sicurezza energetica attraverso la decarbonizzazione nel più ampio spazio mediterraneo, senza tralasciare risposte di adattamento contro gli impatti del cambiamento climatico.  

Di fatti, nonostante un livello di emissioni relativamente basso, nel Mediterraneo il clima sta cambiando più velocemente che altrove e, secondo le stime, le temperature dovrebbero alzarsi del 20% in più rispetto alla media globale. 

Da dove partiamo, e dove andiamo? 

Negli ultimi cinque anni, la Commissione europea a guida von der Leyen ha prioritizzato la dimensione dell’energia e del clima, innanzitutto attraverso il Green Deal, che consta anche di una dimensione esterna “prioritaria per l’implementazione di tutto il Piano”. Per quanto riguarda il Vicinato meridionale dell’UE, il dossier della “transizione verde” (che include “energia, ambiente e resilienza al cambiamento climatico”) rappresenta una delle principali aree di policy della Nuova Agenda per il Mediterraneo introdotta dalla Commissione nel 2021 per rilanciare il partenariato con i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo. 

Se è vero che obiettivi legati all’energia e al clima stanno iniziando gradualmente ad apparire nel quadro della più ampia cooperazione europea con il Paesi della regione, sarebbe fondamentale che l’approccio generale dell’UE fosse guidato – o per lo meno riflettesse – gli obiettivi strategici climatici. Ciò porrebbe senza dubbio le basi per una strategia più organica, capace di sostituire l’approccio reattivo e contraddittorio che ha spesso contraddistinto la diplomazia energetica dell’UE e dei Paesi europei. 

In seguito all’invasione russa dell’Ucraina, l’UE ha pubblicato una nuova Strategia esterna per l’energia, finalizzata ad affrontare la sfida esistenziale del cambiamento climatico e la crisi energetica. Ciononostante, il documento ha finito per definire un quadro di cooperazione che va nuovamente a rafforzare lo sfruttamento delle fonti fossili e le relative infrastrutture, in contrasto con gli obiettivi climatici dell’UE e la sua leadership in ambito di clima. Una sorta di sdoppiamento, questo, che emerge anche nel momento in cui singoli Stati membri perseguono agende nazionali che cozzano in tutto o in parte con i più ampi obiettivi dell’UE, e che mette a forte rischio la coerenza e credibilità dell’Europa come attore di politica estera. Tutto ciò è particolarmente evidente rispetto ai Paesi di Medio Oriente ed Africa, firmatari del 40% degli accordi energetici con UE e Paesi europei conclusi tra febbraio 2022 e aprile 2024, la metà dei quali riguarda l’oil and gas. 

Procedendo su questa strada, il rischio è quello di mantenere intrappolati sia l’UE sia i partner mediterranei nella dipendenza dai combustibili fossili, ostacolando un processo inclusivo di transizione energetica nel Mediterraneo, e aggiungendo così ulteriore incertezza al percorso di decarbonizzazione di tutte le parti coinvolte.  

Sull’agenda della nuova Commissione 

La nuova Commissione inizierà il suo mandato in una finestra propizia per la diplomazia climatica. Alla COP29 che si terrà nel 2024 a Baku verrà adottato il Nuovo obiettivo collettivo quantificato (New Collective Quantified Goal – NCQG) sui finanziamenti per il clima. In vista della COP30 che si terrà nel 2025 a Belem è poi prevista la presentazione dei nuovi Contributi determinati a livello nazionale (Nationally Determined Contributions – NDC), ovvero i piani quinquennali di azione climatica che i firmatari dell’Accordo di Parigi sono tenuti ad aggiornare, e che evidenziano le misure che verranno adottate nei cinque anni successivi al fine di ridurre le emissioni climalteranti e aumentare la resilienza agli effetti del cambiamento climatico.   

Tutti gli NDCs presentati dai Paesi del Nord Africa (esclusa la Libia, che non è firmataria dell’accordo di Parigi) includono obiettivi di espansione delle capacità di energia rinnovabile a orizzonte 2030. Si tratta di un punto di partenza su cui l’UE può fare leva a livello diplomatico per promuovere lo sviluppo delle energie rinnovabili nella regione, veicolato da NDCs più ambiziosi.  

Ciò deve però necessariamente essere accompagnato da una politica estera europea più proattiva e allineata con le esigenze della decarbonizzazione. In questo quadro, ci sono alcune priorità che la nuova Commissione dovrà privilegiare, al fine di trasformare il Mediterraneo in uno spazio condiviso all’insegna della decarbonizzazione: il sostegno ai processi di transizione energetica dei propri partner; lo sviluppo e l’integrazione delle reti elettriche nel Mediterraneo; la trasformazione del Mediterraneo in uno spazio industriale green; e la dimensione dell’adattamento. 

Sostenere i processi di transizione energetica 

Il sostegno ai Paesi della sponda Sud del Mediterraneo nello sviluppo di strategie nazionali per la decarbonizzazione a orizzonte 2050 rappresenta una priorità per l’UE, così come suggerito dalle Conclusioni del Consiglio sulla Green Diplomacy di marzo 2024. Definire piani di lungo periodo per l’uscita dai combustibili fossili è una condizione fondamentale per una transizione ordinata – in particolar modo per Paesi che dipendono fortemente dalle esportazioni di oil and gas, come molti nell’area MENA, dove i rischi di una mancata transizione sono altissimi non solo a livello nazionale, ma anche per la stabilità della più ampia regione euromediterranea.  

In questo processo, i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo possono contare su un potenziale enorme in ambito di energie rinnovabili (tale da soddisfare teoricamente la domanda di elettricità da qui al 2030 tanto per l’Africa quanto l’Europa), che permetterebbe loro di slegarsi dalle fonti fossili e accelerare il proprio sviluppo industriale in un contesto internazionale che richiede una trasformazione delle catene produttive industriali verso la decarbonizzazione. Importante è quindi, per l’Europa, concentrare la propria attenzione e leva diplomatica verso questo settore, in particolare nel quadro della definizione dei nuovi NDCs.  

In questo quadro, in una prospettiva di integrazione regionale e macroregionale, si rivela necessario innanzitutto un certo livello di standardizzazione degli obiettivi e dei parametri di riferimento degli NDCs, consentendo così una valutazione più accurata e comparativa dei progressi e facilitando lo sviluppo di iniziative su scala regionale. 

Il sostegno allo sviluppo di strategie di lungo termine per la decarbonizzazione deve poi andare di pari passo con una riflessione pragmatica rispetto al significato di “giusta transizione” in ogni specifico contesto nazionale, e su come questa possa essere accompagnata e sostenuta – in primis dallo Stato in questione, ma anche da partner esterni come l’UE e i suoi Stati membri. Necessaria, dunque, è un’identificazione dei rischi e delle opportunità che la transizione energetica presenta per le società e le economie di ciascun Paese, e degli strumenti necessari per affrontare tutti i processi di riforma all’orizzonte – dal punto di vista economico, fiscale, occupazionale e socioassistenziale.  

Infine, la finanza per il clima gioca qui un ruolo centrale, a maggior ragione se si considera che gli obiettivi più ambiziosi inclusi negli NDCs dei partner UE sono condizionali alla ricezione di fondi internazionali. Nonostante la massiccia e conclamata esposizione ai rischi climatici, infatti, la regione MENA è una delle regioni che ricevono meno flussi finanziari per il clima a livello globale: basti pensare che i fondi allocati alla regione in seno al Green Climate Fund (GCF), al Climate Investment Funds (CIF), e al Global Environment Facility (GEF) nel 2023 erano appena il 6.6% del totale 

Le reti elettriche nel Mediterraneo 

Come sottolineato dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, la transizione energetica globale deve essere supportata da reti elettriche adeguate, che permettano un rapido aumento dell’elettrificazione; in caso contrario, le reti possono diventare un vero e proprio collo di bottiglia. Nella regione mediterranea, molti Paesi dipendono da infrastrutture di rete ideate per le fonti fossili e caratterizzate da un alto tasso di dispersione – sino al 20% della capacità totale in Nord Africa. Ecco perché investire nel rafforzamento e nell’ammodernamento delle reti elettriche dei Paesi dell’area dovrebbe essere una priorità per l’agenda UE per la regione 

Il passo successivo riguarda l’interconnessione delle reti elettriche nel bacino del Mediterraneo, a livello “verticale” quanto “orizzontale”, con l’obiettivo di creare una rete elettrica mediterranea.  Tale interconnessione, grazie alla sua espansione trans-nazionale e trans-regionale, porterebbe a una riduzione dei costi e assicurerebbe inoltre maggiore affidabilità della fornitura di energia, riducendo i problemi di sovraccarico e regolamentando il rapporto tra domanda e offerta, con ricadute positive dal punto di vista socio-economico. Non solo: tale approccio avrebbe anche benefici geopolitici, data la necessità di aprire e coltivare canali di dialogo e collaborazione per mantenere la stabilità necessaria affinché queste architetture funzionino. 

Per raggiungere questi obiettivi, sono però necessari fondi più consistenti e dedicati a progetti transnazionali che vadano oltre la sola dimensione infrastrutturale per focalizzarsi anche su altri tipi di barriere.  

Il Mediterraneo come spazio industriale green 

Mentre l’UE affina la sua strategia industriale nel quadro della transizione energetica, il potenziale del Mediterraneo come spazio industriale integrato per le catene del valore cosiddette green emerge con sempre maggiore forza. In questo quadro, le risorse della regione in ambito di energie rinnovabili sono estremamente rilevanti, in quanto una maggiore elettrificazione legata alle rinnovabili è propedeutica per uno sviluppo industriale funzionale all’epoca della decarbonizzazione. 

Affinché il Mediterraneo possa davvero emergere come spazio industriale green, è però necessario avviare dei profondi processi di cooperazione lungo diverse fasi delle catene del valore. 

Un primo passo in questa direzione riguarda la gestione dell’impatto del Meccanismo di Aggiustamento del Carbonio alla Frontiera (CBAM) dell’UE sui Paesi della sponda Sud del Mediterraneo, pena un alto rischio di frammentazione dello spazio euro-mediterraneo.  

Per ridurre gli impatti negativi del CBAM – che secondo una valutazione preliminare della Commissione europea dovrebbero colpire in particolare Algeria, Egitto e Marocco – l’UE dovrebbe sostenere in modo concreto i propri partner del Sud del Mediterraneo nello sviluppo di propri meccanismi di carbon pricing. Da un lato, l’esito più auspicabile sarebbe il reinvestimento degli introiti così ottenuti da parte dei Paesi della regione nella decarbonizzazione dell’industria nazionale; dall’altro, l’UE potrebbe reinvestire almeno una parte degli introiti del CBAM nello sviluppo degli strumenti di carbon pricing dei propri partner.  

Allo stesso tempo, l’UE e i suoi partner mediterranei dovrebbero considerare la seppur complessa creazione di una zona di libero scambio (FTA) di beni industriali zero-carbon: ciò concretizzerebbe la tendenza europea al “friend-shoring”, incrementando inoltre il ruolo del Mediterraneo come hub industriale green a livello globale 

Infine, uno spazio industriale integrato deve basarsi sulla condivisione delle tecnologie e delle conoscenze, e sulla formazione del capitale umano necessario per lo sviluppo di nuove catene del valore – alimentando così lo scambio di expertise nel bacino del Mediterraneo, e contribuendo a creare vie di migrazione legale. 

La dimensione centrale dell’adattamento 

Accanto a priorità in ambito di mitigazione, anche la dimensione dell’adattamento riveste un ruolo primario in una regione ad alto rischio e impatto come quella mediterranea. La mancata azione in quest’ambito mette a repentaglio tutti gli sforzi atti a promuovere stabilità e prosperità nell’area, assestando un duro colpo agli obiettivi di politica estera europea nel Mediterraneo. 

La cooperazione in materia di adattamento dovrebbe quindi diventare una priorità della dimensione esterna del Green Deal e del Global Gateway. Se è vero che l’UE e gli Stati membri sono già i maggiori contribuenti in ambito di finanza per il clima a livello globale, d’altro canto i fondi dedicati specificatamente all’adattamento nell’area MENA devono aumentare in modo esponenziale per far fronte alle necessità sul campo, nonché essere concepiti in modo tale da evitare di sovraccaricare i Paesi partner con ulteriore debito 

Le risorse così allocate dovrebbero essere accompagnate da un sostegno da parte UE nella definizione dei Piani Nazionali di Adattamento (National Adaptation Plans – NAP) dei Paesi partner, come suggerito dalle Conclusioni del Consiglio sulla Green Diplomacy di marzo 2024.  

Leggi il policy brief “Towards a shared, clean energy space in the Euro-Med: Outlining priorities for the next European Commission”, pubblicato da EuroMeSCo 

Foto di Joris Geens

Vedi Anche
Condividi