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La tassonomia con gas e nucleare sfavorisce l’Italia

Quale strategia per il Green Deal italiano?

Punti chiave

  • La Commissione europea ha pubblicato il 2 febbraio 2022 la versione finale dell’atto delegato della tassonomia dedicato al gas e nucleare confermando l’inclusione di queste tecnologie. Ciò va contro il parere scientifico della “Piattaforma sulla Finanza Sostenibile”, il gruppo di esperti nominato dalla Commissione stessa per una valutazione indipendente. La Piattaforma si è espressa contro la proposta e questa posizione si aggiunge alle già numerose posizioni del mondo della finanza[1] che affermano l’importanza di escludere gas e nucleare dagli investimenti verdi.

 

  • La risposta del Governo italiano giunge dopo un processo decisionale opaco e coincide con la posizione delle imprese costituite e attive nel mercato del gas, a cui manca una visione alternativa per la decarbonizzazione in Italia, se non quella di sfruttare al massimo il valore degli impianti a gas.

 

  • Il sostegno all’inclusione di gas e il tentativo di indebolirne i criteri di ingresso da parte dell’Italia dimostra che gli interessi delle imprese energetiche hanno priorità sulle richieste della finanza, delle imprese slegate dalla filiera gas, dei sindacati e della società civile. Il gas nella tassonomia espone fortemente gli investitori ai rischi legati alla decarbonizzazione mentre la tassonomia dovrebbe servire a identificare senza ambiguità i prodotti che sono esclusi dal rischio clima.

 

  • La risposta italiana si fonda su due presupposti errati e slegati da fatti, valutazioni di impatto indipendenti e dal confronto con alternative sicure, pulite e più competitive del gas. Questi presupposti sono: uno che l’Italia abbia bisogno di sviluppare ulteriore capacità di generazione a gas e che per farlo abbia bisogno della tassonomia; e due che la capacità esistente, la sicurezza energetica e la sostenibilità economia siano messe a rischio qualora la tecnologia gas non sia classificata come verde. Questi presupposti non sono solo fattualmente errati ma rischiano di aumentare la dipendenza dal gas quando questo invece è alla radice dell’insicurezza e dell’insostenibilità dei prezzi.

 

  • All’Italia conviene una tassonomia realmente verde. La transizione energetica in Italia rischia di rallentare per il sovra-sviluppo e il sovra-consumo di gas. Per l’Italia la priorità dovrebbe essere quella di recuperare le risorse finanziarie private e utilizzare al meglio il Recovery Plan per fare il passo decisivo verso un sistema energetico decarbonizzato: che punti sullo sviluppo di nuova capacità rinnovabile, di tecnologie abilitanti (come stoccaggi e batterie, sistemi intelligenti di gestione della domanda), sul rafforzamento delle reti elettriche e le reti smart, sulla trasformazione dell’industria italiana e sulla conversione delle PMI, sull’efficienza energetica e sulla mobilità a zero emissioni. L’Italia trarrebbe grande beneficio da una tassonomia che indirizzasse i capitali internazionali nei settori strategici in cui il Paese ha davvero bisogno. Includere gas e nucleare significa indirizzare capitali verso progetti che non possono essere realizzati nel nostro Paese, come il nucleare, o di cui non c’è più necessità, come il gas.

 

  • L’Italia dovrebbe rivedere la sua posizione votando contro l’atto delegato in Consiglio. Oppure, in caso di inefficacia di questa strategia, i partiti dovrebbero dare indicazione ai propri Europarlamentari di votare contro l’atto delegato al Parlamento Europeo.

 

Una tassonomia verde per gestire il rischio clima

L’Accordo di Parigi del 2015 ha chiamato la finanza ad essere coerente con gli obiettivi di decarbonizzazione. È quindi emersa la necessità di introdurre un criterio credibile e fondato sulla scienza per indicare quali tecnologie sono realmente verdi, con l’obiettivo di fornire certezza agli investitori. Per gli investitori ciò significa essere al riparo dagli elevati rischi connessi ad investimenti non compatibili con la traiettoria di decarbonizzazione necessaria a rispettare gli impegni di Parigi e in particolare l’obiettivo di 1,5 gradi. Le politiche climatiche di oggi non sono sufficienti per raggiungere questo obiettivo e sarà necessario un aumento dell’ambizione di queste politiche in un futuro prossimo. Questo potrebbe avvenire in maniera relativamente rapida, con probabili impatti finanziari negativi significativi per chi ha investito in tecnologie non compatibili con l’obiettivo di 1,5 gradi. Gli investitori lo sanno e stanno chiedendo di evitare il rischio di future turbolenze finanziarie che deriverebbe dalla inclusione di gas e nucleare nella tassonomia.

Il pericolo di includere gas e nucleare è quello di esporre gli investitori ai rischi legati alla decarbonizzazione mentre pensano di aver sottoscritto prodotti verdi. La tassonomia dovrebbe servire ad identificare chiaramente e senza ambiguità i prodotti che sono esclusi dal rischio clima.

Nel contesto degli obiettivi dell’European Geen Deal e delle indicazioni dell’IEA sulla necessità di ridurre drasticamente l’utilizzo di fonti fossili in linea con l’obiettivo di 1,5 gradi, è inevitabile che la generazione a gas sarà sottoposta nei prossimi anni ad un prezzo del carbonio crescente e fortemente esposta ad un rischio regolatorio. Già oggi in Italia, nuova produzione elettrica da gas è meno competitiva di un portafoglio di rinnovabili e infrastrutture abilitanti. Contrariamente alla narrativa dominante in Italia, ma slegata dai fatti, il nostro Paese non ha bisogno di nuovo gas né per uscire dal carbone né per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione in maniera socialmente sostenibile. Al contrario, l’inclusione del gas rappresenta un’ulteriore disincentivo ad accelerare, quando invece sappiamo che siamo molto indietro con la chiusura del divario emissivo rispetto agli obiettivi di Parigi. Sia in sede G20 che in sede COP26 l’Italia ha sottolineato come questa decade sia “critica” per limitare il cambiamento climatico a 1,5 gradi, ma un regolatore che oggi include il gas nella tassonomia, sarà domani un regolatore più debole nel programmare il phase out delle fonti fossili nei sistemi energetici e quindi nel raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione.

L’approccio del Governo italiano

Diversamente da quanto fatto da diversi stati membri, tra cui la Germania, la Svezia e l’Austria, che hanno reso pubblica la propria risposta alla consultazione, la risposta italiana non è stata pubblicata ma è emersa nei giorni scorsi soltanto grazie a una fuga di notizie sui giornali di settore. Non è chiaro quale sia stato il processo alle spalle della presa di posizione ma né gli esperti né la società civile né le associazioni finanziarie sono state consultate dai Ministeri preposti ad esprimere il parere (in primis il MEF con il supporto del MITE). La posizione italiana che emerge coincide con la posizione diretta delle imprese costituite e attive nel mercato del gas. Nei paragrafi introduttivi si legge che ‘per quanto questo (la tassonomia) non sia uno strumento di politica energetica, esso rappresenta uno strumento essenziale per incrementare la trasparenza per gli investitori, dato che permette loro di fare delle scelte informate sugli investimenti sostenibili’. In contraddizione con questo valido principio, il testo che segue risulta fortemente in contrasto con questa affermazione e dettaglia la politica energetica preferita dall’Italia.

La risposta italiana alla consultazione chiede non solo l’inclusione di gas nella tassonomia ma addirittura  criteri più blandi di accesso del gas all’etichetta “verde”. Il testo argomenta che la tassonomia escluderebbe gli impianti a gas esistenti nel nostro Paese.[2] I punti principali della richiesta italiana sono di estendere la scadenza per il riconoscimento come verde degli impianti a gas dal 2030 al 2035 quando questi siano necessari per la stabilità del sistema elettrico, e l’innalzamento dei limiti di emissioni per considerare il gas verde “in linea con le migliori tecnologie esistenti”.

Questa posizione si basa su due presupposti errati:

1 – La tassonomia, contrariamente al parere dell’Italia, non ha alcun impatto sulla capacità di continuare ad operare degli impianti esistenti.

Come già indicato precedentemente, lo scopo della tassonomia è quello indirizzare la finanza (dai grandi gruppi finanziari fino ai piccoli risparmiatori) verso attività verdi allineate con la transizione. Per una nuova centrale a gas in fase di progettazione, l’etichetta verde può fare la differenza tra l’ottenere capitali di chi vuole investire o meno in progetti sostenibili. Per una centrale a gas già costruita, o che ha già ottenuto i finanziamenti necessari alla costruzione (ad esempio tramite il capacity market o tramite finanza privata), non sono necessari nella maggior parte dei casi nuovi investimenti, verdi o meno. L’unica differenza per le centrali esistenti è legata alla percentuale del portafoglio di chi le gestisce che si può considerare verde. Se gli asset gas esistenti di una impresa energetica vengono classificati come verdi, essa potrà presentarsi sui mercati internazionali con una percentuale più alta di portafoglio allineato alla tassonomia verde e pertanto avere più possibilità di attirare capitali. Questo ha un impatto immediato molto chiaro sulla capacità di queste imprese di raccogliere fondi, e potenzialmente sul valore di mercato della compagnia, ma un impatto quasi nullo sulla possibilità degli impianti a gas stessi di operare e per estensione sulla sicurezza energetica del Paese, a differenza di quanto indicato dalla risposta italiana alla consultazione. Gli impianti a gas italiani esistenti e la sicurezza energetica in Italia non sono affatto messi a rischio dall’esclusione del gas dalla tassonomia o da criteri stringenti per il gas. Il fine del parere dell’Italia sembra quello di fare apparire le società che ancora investono nelle fossili più verdi di quello che sono. Questo approccio svela inoltre che le imprese energetiche italiane non hanno una visione alternativa per la decarbonizzazione in Italia se non quella di sfruttare al massimo il valore degli impianti a gas.

2 – Lo sviluppo di nuova capacità a gas nel settore elettrico, contrariamente al parere dell’Italia, non dipende dalla tassonomia.

In Italia, il capacity market è il meccanismo di garanzia degli investimenti scelto dal legislatore. Questo strumento già assicura il finanziamento di nuova capacità gas senza bisogno di etichettare come verde un combustibile fossile che verde non è. Coi contratti del capacity market già firmati per il 2022 e il 2023 (che ammontano a circa 5,8 GW di nuova capacità termoelettrica flessibile e sussidiano gran parte della capacità esistente a gas), il sistema elettrico italiano è già ampiamente in sicurezza in termini di capacità esistente e già contrattualizzata. Quest’ultima è già quasi doppia rispetto all’obiettivo fissato nel Piano Nazionale per l’Energia e il Clima italiano (PNIEC) e ai 5,4 GW che Terna aveva inserito nel suo rapporto su Adeguatezza del 2019. Inoltre, viene menzionato il rischio per la stabilità dei sistemi energetici senza alcuna valutazione d’impatto mentre studi indipendenti hanno più volte dimostrato che l’Italia non ha bisogno di più gas per uscire in maniera sicura dal carbone.

Quale interesse nazionale e come recuperare il deficit

L’approccio dell’Italia alla questione della tassonomia si è finora fondato sulle necessità percepite dell’industria nazionale del gas, e non vi è alcun riferimento né agli impegni di decarbonizzazione al 2030 né a quelli del 2050 che impongono una forte diminuzione della domanda gas (come indicato nel PNIEC e LTS). In altre parole, manca una strategia per il Green Deal italiano slegata dal continuo utilizzo del gas, in particolare nel settore elettrico.

È importante ribadire che la tassonomia non deve essere una posizione pro o contro gas e nucleare ma uno strumento che deve essere efficace nella raccolta finanziaria per le soluzioni più impattanti e necessarie per la decarbonizzazione.

All’Italia conviene una tassonomia realmente verde. La transizione energetica in Italia è ad uno stadio avanzato rispetto a molti paesi europei ma rischia di rallentare per il sovrasviluppo di capacità a gas non necessaria né alla chiusura del carbone né ad accompagnare le rinnovabili di fronte ad alternative più economiche, efficaci e pulite. Per l’Italia la priorità è ora recuperare le risorse finanziarie per fare il passo decisivo verso un sistema energetico decarbonizzato: lo sviluppo di nuova capacità rinnovabile, le tecnologie abilitanti (come stoccaggi e batterie, sistemi intelligenti di gestione della domanda), il rafforzamento delle reti elettriche e le reti smart, la trasformazione dell’industria italiana e la conversione delle PMI (fortemente esposte sul rischio clima), l’efficienza energetica e la mobilità a zero emissioni.

La decarbonizzazione richiede grandi capitali privati che facciano leva sulle risorse rese disponibili dal Recovery Plan. L’Italia trarrebbe grande beneficio da una tassonomia realmente verde che indirizzasse i capitali internazionali dove necessario e in maniera chiara verso rinnovabili e tecnologie abilitanti. Una tassonomia senza gas e nucleare permetterebbe all’Italia di raccogliere più capitali nei settori strategici per la decarbonizzazione in cui l’Italia ha davvero bisogno. La loro inclusione significa invece distogliere la finanza dalle tecnologie innovative e indirizzarla verso progetti che non possono essere realizzati nel nostro Paese, come il nucleare, o di cui non c’è più necessità, come il gas.

Alla luce di questo interesse nazionale, l’Italia dovrebbe rivedere la sua posizione. Con la pubblicazione della versione definitiva dell’atto delegato da parte della Commissione gli spazi di intervento sono più ristretti, ma l’Italia può ancora intervenire votando contro l’atto delegato in Consiglio. Allo stesso modo, i partiti dovrebbero dare indicazione ai propri Europarlamentari di votare contro l’atto delegato al Parlamento Europeo.

Più in generale, le istituzioni italiane, in particolare MEF e MITE, devono dotarsi di sistemi aperti di consultazione pubblica e utilizzare valutazioni di impatto e banche dati indipendenti. La mancanza di trasparenza del processo con cui l’Italia ha esposto la propria posizione in Europa è significativa di un processo decisionale opaco e altamente influenzato dagli interessi di poche imprese a discapito di una ripresa economica compatibile con la grande sfida climatica e come opportunità di crescita per tutti, a partire dai settori non legati alla filiera del fossile.

 

[1] Tra gli altri: la Net-Zero Asset Owner Alliance, L’Institutional Investors Group on Climate Change (IIGCC),

[2] Traduzione in italiano: Mentre il nostro coinvolgimento nel settore nucleare è limitato, le nostre preoccupazioni sono molto più elevate sulle norme legate alle attività a gas naturale. Il nostro Paese ha già preso l’impegno di aumentare la produzione di energia da fonti rinnovabili. Stiamo anche seguendo un percorso chiaro per eliminare la produzione di elettricità dal carbone. Eppure le soglie restrittive di emissioni di gas serra (GHG) previste dalla bozza di atto delegato sembrano colpire in maniera negativa gli impianti esistenti. L’applicazione di limiti così contenuti potrebbe anche provocare dei rischi per la stabilità dei sistemi energetici. Questo potrebbe avere un impatto particolarmente significativo in un momento quale quello attuale quando stiamo vedendo un deciso aumento nei prezzi dell’energia (…)

 

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