Elezioni 2022

Gas: finita la pacchia

Terminata la campagna elettorale, chi paga la bolletta quest’inverno?

Domenica sceglieremo i rappresentanti che guideranno l’Italia nella decade decisiva per contrastare i cambiamenti climatici. Persone illuminate che dovranno tirare le fila della transizione climatica districandosi nel susseguirsi di crisi che stanno mettendo alla prova la nostra società.  

Da più parti l’Italia emerge un Paese consapevole della crisi climatica e propenso, ben più di tanti paesi in Europa e nel mondo, a politiche volte a una risposta collettiva alla sfida climatica. Tuttavia, proprio la politica italiana sembra tentennare nella costruzione di una proposta che permetta l’uscita dalle fonti fossili come opportunità di rinnovamento e rilancio dell’economia e della società.  

La nostra analisi dei programmi politici ha evidenziato le differenze dei diversi partiti sui temi clima e energia, e ha sottolineato una generale riluttanza a identificare la transizione climatica come un tema trasversale dell’azione di governo. 

Nostro malgrado, nella campagna elettorale estiva, il clima è stato presente nei suoi aspetti più drammatici e nei suoi impatti più devastanti. A causa della siccità del 2022, la mancata produzione di elettricità da fonte idroelettrica (circa 13 TWh solo la minore produzione tra gennaio e agosto 2022 rispetto all’anno prima) ha determinato un maggiore consumo di gas dell’ordine di 2,4 miliardi di Smc per un costo stimabile in quasi 3,3 miliardi di € per il paese, mentre nell’agricoltura i danni sono stati stimati in 6 miliardi di . Per citare solo due settori dell’economia, ma la lista è lunga. Tutto questo avveniva proprio nei mesi in cui il prezzo del gas era a livelli senza precedenti e il grano bloccato nel porto di Odessa. Ecco perché si dice che i cambiamenti climatici sono un moltiplicatore di crisi. 

 

Quali lezioni abbiamo appreso finora? 

All’ordine del giorno del primo Consiglio dei Ministri ci sarà la sostenibilità dei prezzi del gas. I prezzi registrati negli ultimi mesi sono preludio di un inverno freddo, non per le temperature o le quantità di gas necessarie a riscaldarci, ma per i costi.  

Prezzi ingestibili. Il ‘PSV’ (Punto di Scambio Virtuale), ovvero il valore del gas a cui fare riferimento per stimare i costi della gran parte dei contratti domestici per quest’inverno, inclusa la tutela, ha toccato i 2,5/Smc ad agosto rispetto ai 0,12 €/Smc del mondo pre-covid (agosto 2019), e la variabile bellica, con il rischio di una prospettiva di guerra a oltranza, non permette previsioni più rosee. Con queste stime, scaldare una casa nei 10 giorni più freddi dell’inverno può costare fino a 37 € al giorno. 

Grafico 1 – Stima di costo giornaliero* (€), inverno 2022-2023,per riscaldare un’abitazione a Milano (zona climatica E) impostando il termostato a 20°C con una temperatura esterna che varia tra 1,5°C (media giornaliera dei 10 giorni più freddi) e 8°C (media giornaliera del periodo invernale novembre-marzo) 


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Il prezzo della materia prima gas è calcolato sommando la media aritmetica delle quotazioni giornaliere day ahead dell’indice PSV di settembre 2022, uno spread pari a 0,11 €/Smc e un contributo annuale fisso di 96 €. Per le altre voci della bolletta (costi di trasporto, oneri, accise) sono state utilizzate le condizioni economiche stabilite da ARERA per il III trimestre 2022. L’IVA corrisponde al 5% 

 

Grafico 2 – Stima costo giornaliero (€) inverno 2022-2023 per riscaldare un’abitazione a Milano in classe energetica G impostando il termostato a 20°C sulla base delle temperature medie giornaliere registrate nel periodo novembre-marzo dal 2015 ad oggi 

 

 

Grafico 3 – Stima costo giornaliero* (€), periodo invernale, per riscaldare un’abitazione di 70 mq a Milano in classe energetica G impostando il termostato a 20°C sulla base delle temperature medie giornaliere registrate nel periodo novembre-marzo dal 2015 ad oggi  

*Per la stagione invernale 2022-2023 sono state utilizzate le stesse ipotesi riportate nei grafici precedenti. 
Per il 2019-2020, invece, sono state utilizzate le condizioni economiche stabilite da ARERA per il IV trimestre 2019 e il I trimestre 2020. L’IVA corrisponde al 10%-22%. Il prezzo della materia prima gas è pari alla somma della media mensile delle quotazioni day ahead dell’indice PSV, di uno spread pari a 0,11 €/Smc e di un contributo annuale fisso di 96 €. 

Grafico 4 – Confronto tra il costo stagionale (novembre-marzo) per il riscaldamento di un’abitazione a Milano in classe energetica G nel 2019-2020 e quello che si dovrà sostenere nel prossimo inverno 2022-2023 (stesse ipotesi di prezzo e temperatura giornaliera media del grafico 3) 

 Chi è andato a caccia di extra-profitti è tornato con la sacca vuota. L’Autorità per l’Energia (ARERA) ha confermato di avere accesso ai contratti gas dei fornitori e comunicato che il 70-80% è indicizzato al prezzo gas, il 20-30% al petrolio. In sostanza anche per loro il gas costa caro. 

Chi ha puntato tutto sul tetto al prezzo del gas, come l’Italia, non ha avuto risultati più incoraggianti: troppe le paure e gli interessi divergenti; non semplice il disegno tecnico; difficile continuare a tenere il punto. 


Le uniche risorse che stanno dando ossigeno alla crisi sono le rinnovabili e l’efficienza energetica.
 

La riluttanza a risolvere i dubbi esistenziali sulle rinnovabili rende l’Italia un Paese dove è ancora difficile sviluppare impianti. I mercati delle tecnologie e componenti, la cui domanda è senza precedenti, si dirigono altrove. L’efficienza energetica non ha mai fatto parte dell’equazione di diversificazione dal gas russo e un’azione incisiva non si è vista. E di risparmio, si è iniziato a parlare solo a settembre senza troppa convinzione.  

Le bollette arrivano qualche mese in ritardo rispetto ai consumi e la politica non si è presa la responsabilità di avvisare i consumatori che se il gas costa caro, bisogna usarne di meno.  

Così siamo arrivati a una campagna elettorale che ha facilitato promesse di intervento pubblico, del resto pienamente comprensibili da parte di un consumatore finale che di fronte a questi prezzi come unica certezza ha quella di non farcela. Questo però espone i consumatori a promesse irrealizzabili – a meno di minare la sostenibilità del debito e la fiducia internazionale – e i mercati dell’energia a tensioni mai viste, tanto che oramai è incerta la tenuta dei fornitori di gas, tra esposizione finanziaria e rischio morosità. 

Se usiamo debito per scaldare le case non usciremo dalla crisi né avremo le risorse per risolvere la dipendenza dalle fonti fossili. Alla politica manca solo di promettere di cancellare l’inverno, prima di avvisare i consumatori che se c’è una guerra ci sono sacrifici. 

Un intervento di sostegno pubblico è inevitabile e si aggiunge ai circa 50 miliardi già impiegati. L’incremento di costo del gas, assumendo il PSV di settembre 2022 rispetto al 2019 è complessivamente di 44 miliardi, nel solo settore domestico, il 2,5% del PIL, l’8,9% delle entrate tributarie. È una cifra elevata. 

Finita la campagna elettorale il nuovo Governo deve indicare i principi del sostegno. L’ampiezza della crisi suggerisce che questi non potranno che essere selettivi per reddito e condizionati ad un consumo massimo.  


Chi ripaga tutto questo?
 

Solo in Italia, la transizione climatica necessita di circa 100 miliardi d’investimenti all’anno, dei quali una parte importante da risorse pubbliche. Senza queste risorse non si riparte. 

Chi promette un intervento pubblico sulle bollette non spiega come garantirà la sostenibilità di questa operazione. Le misure volte a calmierare gli aumenti di prezzo si fondano sull’aumento del debito, già sotto pressione per la riduzione delle attese sul PIL e l’aumento dei tassi d’interesse. Il Patto di Stabilità europeo è ancora sospeso ma approfittarne per bruciare tutto in gas sarebbe un danno irreparabile per l’Italia e per l’Europa. Le altre economie mondiali non sono altrettanto esposte alla crisi e se usciamo male dalla crisi attuale avremo perso terreno in termini di competitività del Paese. Le risorse che oggi sono spese per il gas è bene che siano ripagate dal gas, non dalla fiscalità generale. 

Non risolviamo nessuna crisi se non affrontiamo per tempo quella climatica, i cui cambiamenti esasperano altre crisi ma le cui opportunità rappresentano la via d’uscita in termini di innovazione, sviluppo e riduzione delle diseguaglianze. È ora di mettere il clima al servizio delle persone con un piano complessivo e coerente per abilitare la transizione di cittadini e imprese e proteggerli di fronte alla crisi energetica e climatica.  

Riteniamo che i seguenti elementi di qualsiasi programma di Governo, indipendentemente dal colore politico, siano essenziali per mettere in sicurezza l’Italia rispetto alle crisi multiple di oggi e di domani: 

  1. Non c’è sicurezza climatica senza o fuori dall’Unione Europea. Così come non è pensabile raggiungerla senza un significativo aumento della cooperazione internazionale: la nostra sicurezza dipende dalla velocità con cui le grandi economie mondiali decarbonizzano.  
  2. Non è pensabile limitare il cambiamento climatico senza nuovi investimenti pubblici e privati. Allo stesso tempo, non è pensabile derogare alla sostenibilità del debito, condizione chiave per la salvaguardia di domani. 
  3. Non è pensabile garantire la sicurezza climatica con poche scelte tecnologiche calate dall’alto. La democrazia vive della sua capacità di innovazione, trasparenza e inclusione di tutti gli attori della società – e non solo di poche imprese, quand’anche partecipate. 
  4. Non c’è crescita economica senza stabilità climatica. Viceversa, la stabilità climatica non è raggiungibile senza un’economia forte ed equa, che faccia da traino per raggiungerla tanto quanto per affrontare le questioni sociali derivanti dal cambiamento. Questa non è una scelta ma una condizione necessaria per il raggiungimento degli obiettivi economici e ambientali.  

 Sul gas è finita la pacchia. L’inverno arriva con prezzi insostenibili, come disegniamo gli aiuti sarà il metro di come usciremo dalla crisi. Sul piatto c’è la possibilità di sfruttare la transizione energetica come un’opportunità per affrontare la crisi e uscirne più forti, avendo affrontato un pezzo della decarbonizzazione, come suggerisce RepowerEU, oppure far finta di niente, comprare nuovo gas a qualsiasi prezzo usando le risorse pubbliche e alimentare un buon esempio di debito cattivo. La prima è una strada; la seconda la fine del viaggio.  

 

Photo by Nataliya Vaitkevich

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