L’Europa sembra aver imboccato con decisione la strada del riarmo. La volontà di rafforzare le capacità di difesa è condivisa in molte capitali europee e trova spazio nei dibattiti politici e nelle ipotesi di investimento. Ma quali sono le conseguenze per l’agenda climatica?
È innegabile: l’aumento della spesa militare rischia di avere un impatto diretto sugli investimenti per l’azione climatica. Se le risorse europee sono finite, ogni euro destinato agli armamenti rischia di essere un euro in meno per la decarbonizzazione, e quindi, per garantire quell’innovazione dei processi produttivi, necessaria per il rilancio della competitività industriale e per accompagnare cittadini e imprese nella transizione. Al tempo stesso, registriamo positivamente una maggior flessibilità nell’applicazione delle regole di bilancio da parte di Paesi – come la Germania – che in passato hanno optato, con ostinazione, su soluzioni di maggior rigore. Una flessibilità che – come sottolinea Draghi nel suo rapporto – sarebbe auspicabile anche per affrontare la sfida climatica e quella della competitività.
La corsa al riarmo potrebbe creare nuove fratture all’interno dell’Unione, aumentando le disuguaglianze tra Stati membri con capacità fiscali differenti, mettendo sotto pressione la spesa sociale e, quindi, gli investimenti per la giusta transizione. Gli investimenti, al momento, sembrano indirizzati al rafforzamento di sistemi di difesa nazionali e non verso una, auspicabile, maggior integrazione europea. Un approccio che sottovaluta l’importanza della cooperazione tra Stati membri, poiché nessun paese europeo sarà in grado di garantire autonomamente la sicurezza interna e competere a livello globale. Quali saranno, quindi, le conseguenze per l’Europa? Avremo un’Unione più coesa e indipendente, o più vulnerabile e frammentata? Quali sono i rischi di uno scollamento ulteriore da parte dei cittadini nei confronti di Bruxelles?
In questa fase di profonda incertezza, rispetto anche alla concretezza delle dichiarazioni politiche dei leader europei e nazionali, le domande superano di gran lunga le risposte. In questo senso ci interroghiamo sul significato stesso di sicurezza. Da tempo i nostri studi evidenziano come, in contesti di instabilità, il cambiamento climatico sia un generatore o un moltiplicatore di insicurezza, alimentando conflitti, crisi migratorie e tensioni geopolitiche, attraverso eventi climatici estremi.
In questo senso, se l’Europa vuole davvero costruire una strategia di difesa efficace, questa non può prescindere dalla necessità di assicurare investimenti per la sicurezza di medio-lungo periodo. Questi passano innanzitutto dal garantire una sicurezza energetica, riducendo la dipendenza da fonti fossili, attraverso rinnovabili ed efficienza, come auspicato da Mario Draghi nell’audizione in Senato del 18 marzo sulla competitività europea: “in campo energetico dobbiamo sempre ricordarci che se vogliamo l’autonomia completa, la sovranità sul nostro approvvigionamento energetico, alla fine la produzione di energia non può venire dal gas.”
La sicurezza europea richiede inoltre investimenti per garantire la tenuta del tessuto economico e sociale. Questa è la precondizione per la tutela di cittadini e imprese dalle conseguenze del cambiamento climatico, mettendoli in condizione di essere parte attiva nel processo di trasformazione. Su questo le dichiarazioni del Premier Spagnolo Sanchez e della Presidente Meloni sembrano andare oltre una mera richiesta di adattamento lessicale.
Le domande che ci poniamo in queste ore sono molteplici. Proviamo a fare sintesi: come possiamo garantire che la sicurezza dell’Europa non sia solo una questione di armamenti, ma anche di nuova sicurezza energetica, competitività, tenuta sociale e cooperazione internazionale? Come possiamo evitare che le risposte di oggi compromettano le soluzioni di domani?
Non abbiamo risposte definitive, ma è urgente aprire questo dibattito e continuare con analisi e proposte per garantire un futuro sicuro e sostenibile alle future generazioni. Sicurezza che l’Europa può garantire solo attraverso una maggiore integrazione.
Questo articolo è un estratto dell’editoriale della nostra newsletter di Marzo, che potete leggere qui.
Foto di Cunaplus_M.Faba