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2022: anno cerniera o di rottura per il clima

**Questo articolo è stato pubblicato in anteprima sull’inserto Buone Notizie del Corriere della Sera il 18 gennaio 2022 a firma di Luca Bergamaschi**

Il 2021 è stato un anno estremamente importante nel percorso verso il 2050. Un anno caratterizzato dalla sfida alla pandemia da Covid-19 ma, a differenza del 2020, dalla consapevolezza che il mondo possa avviare la ripresa economica puntando sulle opportunità di un’economia a zero emissioni.  Infatti, il 2021 ha segnato un netto cambio di passo nella diplomazia climatica. L’Italia è stata in grado di utilizzare bene la leadership internazionale offerta dalla Presidenza di turno del G20: la rinnovata urgenza di rispettare il tetto massimo di 1,5 gradi di riscaldamento globale è diventata oggi la bussola di riferimento dell’azione climatica, insieme all’appello del Presidente Mario Draghi sulla necessità di un “salto quantico” per mobilitare trilioni, non miliardi, per il clima, sono stati segnali importanti. Tuttavia, l’azione dei Paesi G20 per ridurre le emissioni e mobilitare le risorse finanziarie per tutti è ancora insufficiente.

ll 2022 può diventare un anno di cerniera, ma c’è anche il rischio di trasformarlo in un anno di frattura. Quali sono le sfide e le tappe più significative da qui alla prossima Cop, quest’anno in Egitto?  La prima sfida, di natura globale e geopolitica, è quella di mantenere la fiducia globale nella cooperazione internazionale. Senza solidarietà la fiducia si sgretola. Su questo, le riforme della finanza internazionale saranno decisive per dare a tutti i Paesi gli spazi fiscali e quindi la liquidità per la transizione, l’adattamento e le perdite e i danni degli impatti.  Inoltre, la cooperazione internazionale dipenderà da un nuovo realismo geopolitico. L’azione climatica non è più solo una questione di «soft power», ma è fondamentale per proteggere la propria sicurezza dai rischi, interni ed esterni, di impatti dal potenziale ingestibile. Da un punto di vista geoeconomico, la trasformazione porterà inevitabilmente alla costruzione di nuovi centri e nuove relazioni di potere economico. Gli stati nazionali dovranno quindi scegliere che livello di rischio climatico accettare e su quali leve economiche puntare per una competizione green sempre più incalzante.

La seconda sfida riguarda la gestione della trasformazione domestica. Al momento la politica del clima è incagliata tra la pressione crescente di un’opinione pubblica attenta e preoccupata e una classe dirigente ancora prigioniera di un modello di sviluppo sorpassato e scarsamente diversificato. Il radicale realismo, portato avanti dai movimenti giovanili e ancorato nella scienza, rischia sempre di più di scontrarsi con un sistema di poteri costituiti che opera per rallentare il cambiamento nascondendosi dietro falsi miti e mistificando i progressi raggiunti.

In quest’ottica, continuare a dipingere nuovo gas come combustibile di transizione o spingere tecnologie non competitive, rischiose o non provate (come vecchio e nuovo nucleare o la cattura e sequestro del carbonio), slegate da una base fattuale e ignorando le alternative di mercato, è disinformazione e difesa degli interessi costituiti. Oggi, le tecnologie abilitanti a zero emissioni, di condivisione e gestione intelligente della domanda, di stoccaggio, di elettrificazione e taglio drastico dei consumi attraverso l’efficienza energetica consentirebbero non solo una velocità di riduzione delle emissioni compatibile con l’1,5; ma anche di mantenere la stabilità e la predicibilità del sistema; oltre a ridurre progressivamente sia importazioni che produzione domestica di gas, riducendo anche l’esposizione alla volatilità dei prezzi gas. Come ricordava spesso l’ex Commissario europeo per il clima e l’energia Miguel Canete, a 1% di efficienza energetica equivale un risparmio di 2,5% di importazioni gas. Sta alla politica scegliere le priorità.

Affinché questo nuovo corso venga perseguito in modo ordinato e giusto saranno necessari tre elementi chiave: mobilitazione di grandi volumi di investimenti, nuove regole e riforme per le tecnologie abilitanti e un piano di transizione sociale. Infine, il concetto di “transizione giusta” non può tradursi in una falsa promessa al mondo del lavoro, caratterizzata da una continua dipendenza dalle tecnologie fossili, o da lontane e costose fantasie nucleari, i cui mercati di riferimento sono già, o saranno presto, in declino. La transizione giusta deve passare allora dall’intreccio di una nuova politica di welfare (che va da politiche attive sul lavoro ad ammortizzatori sociali fino a una riforma fiscale ambientale e del Patto di Stabilità) con una politica industriale incentrata sulle tecnologie abilitanti, legata alle nuove opportunità da cogliere e per emergere come campioni della competizione globale green e slegata da falsi miti.

**Questo articolo è stato pubblicato in anteprima sull’inserto Buone Notizie del Corriere della Sera il 18 gennaio 2022 a firma di Luca Bergamaschi**

 

Photo by Jesse Bowser on Unsplash

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